Un film dall’epilogo scontato
In Italia, questo non si fa: si
preferisce acquistare giovani stranieri, perché costano meno, più che credere
nei ragazzi dei vivai; non c’è progettualità, manca la prospettiva. Il nostro
calcio è malato e non è casuale il fatto che Roberto Baggio, chiamato qualche
anno fa a risollevare i settori giovanili, dopo pochi mesi avesse rimesso l’incarico
a fronte di un modus operandi e cogitandi pienamente ostativi.
Insomma, vale molto di più la
poltrona del campo: ogni anno ci ritroviamo a marzo ad interrogarci sul perché non
andiamo avanti nelle coppe europee, sul perché la Nazionale non centri il
mondiale da 12 anni, sul perché si ignorino completamente i talenti – e ci sono
– che popolano la nostra serie B e serie C.
Si potrebbe obiettare che la
storia è fatta di cicli, corsi e ricorsi e che quello contingente non sia il
nostro momento; posso anche condividere. Ma non accetto la mancanza di programmazione.
Occorre fare un bel refresh istituzionale, mettere al centro dirigenti
competenti e figure “di campo”, impostare un discorso di prospettiva, con
pazienza e metodo. Soltanto così potremo ritornare ad essere competitivi in
modo strutturato e non sporadico perché le ultime finali di Champions League
con l’Inter protagonista sono state più episodiche che altro. Poi, in tutta
onestà, continuiamo a parlare di squadre italiane, ma di calciatori italiani ce
ne sono ben pochi e questo non è un bene né per il movimento di club né soprattutto
per la Nazionale.
Il primo passaggio da fare è
quello di smettere di considerarci ancora un Paese calcisticamente dominante: sarebbe
già un successo.
di Fabio Pagani
(c) Riproduzione riservata

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