Un film dall’epilogo scontato

In Champions League va avanti soltanto l’Atalanta. Fuori, invece, Napoli (ai gironi), Inter e Juventus (ai play off). Resistono, al momento, in Europa League la Roma e il Bologna e la Fiorentina in Conference League. Ormai siamo abituati e ci siamo abituati ad uno stato di cose che viene da lontano. Proprio ieri, conversando con un amico che non si capacitava del fatto che il Bodo Glimt avesse eliminato, con merito, l’Inter, gli rispondevo che la Norvegia, da diversi anni, ha investito nei vivai e ha allevato calciatori di livello internazionale, a partire dal centravanti più forte del mondo, Haaland.

In Italia, questo non si fa: si preferisce acquistare giovani stranieri, perché costano meno, più che credere nei ragazzi dei vivai; non c’è progettualità, manca la prospettiva. Il nostro calcio è malato e non è casuale il fatto che Roberto Baggio, chiamato qualche anno fa a risollevare i settori giovanili, dopo pochi mesi avesse rimesso l’incarico a fronte di un modus operandi e cogitandi pienamente ostativi.

Insomma, vale molto di più la poltrona del campo: ogni anno ci ritroviamo a marzo ad interrogarci sul perché non andiamo avanti nelle coppe europee, sul perché la Nazionale non centri il mondiale da 12 anni, sul perché si ignorino completamente i talenti – e ci sono – che popolano la nostra serie B e serie C.

Si potrebbe obiettare che la storia è fatta di cicli, corsi e ricorsi e che quello contingente non sia il nostro momento; posso anche condividere. Ma non accetto la mancanza di programmazione. Occorre fare un bel refresh istituzionale, mettere al centro dirigenti competenti e figure “di campo”, impostare un discorso di prospettiva, con pazienza e metodo. Soltanto così potremo ritornare ad essere competitivi in modo strutturato e non sporadico perché le ultime finali di Champions League con l’Inter protagonista sono state più episodiche che altro. Poi, in tutta onestà, continuiamo a parlare di squadre italiane, ma di calciatori italiani ce ne sono ben pochi e questo non è un bene né per il movimento di club né soprattutto per la Nazionale.

Il primo passaggio da fare è quello di smettere di considerarci ancora un Paese calcisticamente dominante: sarebbe già un successo.

di Fabio Pagani

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