Educare al gioco, non al risultato!
Il nostro editoriale sullo scottante tema della ricostruzione del calcio italiano
“L’allenatore si sputa in una mano prima di dare il “cinque” di saluto: sfiorata la rissa tra genitori al torneo giovanile di calcio”. Questo è il titolo dell’articolo che il “Corriere di Romagna” dedica oggi, martedì 7 aprile, ad un increscioso, ma quantomai tristemente attuale, fatto accaduto sabato scorso a Savio, nel ravennate. Il torneo in questione era la “Ravenna Cup”, competizione che raccoglieva squadre dall’Italia e dall’Europa, formate da bambini nati fra il 2013 e il 2018. Il livello di agonismo è andato oltre ogni ragionevole limite e si è tradotto in una serie di commenti, insulti e offese che, soltanto per puro caso, non si sono trasformati in rissa. Alla faccia del fair play!
Quello educativo è un tema sempre verde e non può smarcarsi dalle evidenze del calcio dei “grandi”, anche alla luce dell’ennesimo fallimento della Nazionale; il tanto auspicato ribaltone ai vertici della federazione è ancora tiepido, ma è chiaro che esso rappresenti soltanto la prima tessera di un mosaico tutto da costruire.
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| Rissa fra genitori durante un torneo giovanile (foto d'archivio) |
Innanzitutto i settori giovanili
devono sbarazzarsi degli allenatori e sostituirli con i maestri: il calcio va
insegnato, senza pensare al risultato. Oggi, succede il contrario: i mister
fanno giocare i ragazzini più strutturati fisicamente di altri perché possono
garantire maggiori speranze di vittoria nei tornei e, di conseguenza, un rapido
avanzamento di carriera per gli allenatori stessi. Occorre tornare a concepire
il gioco del calcio come un divertimento didattico che abbia l’unico obiettivo
di educare bambini e ragazzi prima secondo i valori dello sport e poi
impostando i fondamenti chiave della tecnica: saper marcare l’avversario, fare
un dribbling, controllare bene la palla, calciare in porta, ecc. Basta con la
tattica: è aberrante vedere come si insegni la costruzione dal basso a
ragazzini di 8 anni e come li si ingabbi all’interno di schemi cervellotici.
Senza parlare del feroce agonismo a cui i loro allenatori li obbligano dal
momento in cui l’unica cosa che conta è il risultato, da conseguire a tutti i
costi, anche barando.
Bisogna avere il coraggio di
operare una vera “rivoluzione copernicana” se vogliamo che il movimento
calcistico italiano riparta; si tratta pur sempre di un gioco e, come tale,
deve mettere al centro del sistema il divertimento. Un bambino gioca per
divertirsi, non per stare nel 4-4-2 o nel 4-2-3-1; se manca la componente ludica,
viene a prevalere quella delle grandi aspettative genitoriali che, nove volte
su dieci, vengono disattese dal campo. Educare, educare, educare: i piccoli, ma
in primis i grandi. Avere il coraggio di compiere scelte radicali, come anni fa
è stato fatto in Spagna, Germania, Inghilterra e, di recente, in Norvegia.

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