Nazionale, fenomenologia di un fallimento

Nel mondo classico c’erano le tre Parche, divinità del destino: Cloto prendeva in mano il filo della vita, Lachesi determinava la sorte della stessa e Atropo ne portava la morte. Evidentemente, dal 2017 ad oggi, vita e sorte degli Azzurri sono state condotte dal fato ad una fine che ci piace determinare come tragicomica. Errori ripetuti, reiterati, nessuna reale volontà di investire nei giovani, soltanto parole buttate al vento.

Le tre Parche

L’Italia del calcio arriva in ritardo anche all’appuntamento americano, dopo aver dato buca a quello russo nel 2018 e al qatariota nel 2022; la nostra Nazionale è ormai diventata il paradigma dell’umorismo pirandelliano, nella fattispecie declinato in quell’anziana signora che, non accettando la vecchiaia, gira per la strada con abiti da ventenne, inciampando, cadendo e suscitando lo scherno dei passanti.

Oggi il proscenio è occupato dal consueto melodramma post disfatta: invochiamo le dimissioni dell’incollatissimo e poltronissimo presidente federale Gravina, auspichiamo a gran voce una nuova politica dei settori giovanili, rispolveriamo il dossier di Roberto Baggio, finito troppo presto nei faldoni polverosi della FIGC, assistiamo alle lacrime di giocatori e commissario tecnico che, poverini, hanno dato tutto, ma non ce l’hanno fatta… Poveri noi.

Ma, credetemi, non cambierà nulla. In un Paese serio, uno come Gravina sarebbe stato cacciato già dopo il fallimentare spareggio contro la Macedonia del Nord, qui no; in un Paese serio, la televisione di Stato garantirebbe un servizio professionale e imparziale, invece abbiamo assistito, ancora una volta, ad una telecronaca indecente, farneticante, delirante. In un Paese serio la stampa farebbe la stampa e non il foglio prezzolato alla mercè del potere dominante. In un Paese serio, infine, i cosiddetti opinionisti avrebbero la decenza non dico di tacere, ma di fare nomi e cognomi, invece del solito, stucchevole ritornello che fa "qualcuno dovrà pur pagare per gli errori commessi...".

Esposito si dispera dopo il rigore sbagliato

Non ce la prendiamo con i calciatori che, con i loro limiti, fanno quel che possono: il livello tecnico è infimo, siamo stati surclassati, ancora in parità numerica, dalla Bosnia, che non è di certo il Brasile, ma che almeno ha messo in campo grinta e coraggio. Ce la prendiamo con il sistema: se in Norvegia sono riusciti a creare un modello calcistico virtuoso, perché noi non possiamo farlo? Beh, in Italia ci sono troppi interessi economici, troppe lobbies che fagocitano soldi e ciò che preme ai grandi club è il guadagno. Acquistare calciatori stranieri costa meno e rende di più; crescere i giovani italiani no. Ma, poi, fosse vincente questo sistema… In Champions League facciamo ridere, andiamo meglio in Europa League e ancora di più in Conference, cioè nelle coppette… Dove conta, non ci siamo, ma non ci siamo nonostante tutta quella cozzaglia di brocchi che acquistiamo dall’Europa e dal resto del mondo. E allora basta! Basta con i piagnistei e le tragedie se la Nazionale toppa l’ennesimo appuntamento mondiale perché, ragazzi miei, della Nazionale non frega niente a nessuno. Se alla politica sportiva, alla FIGC, al CONI, al Governo interessasse veramente che si allevasse una nuova generazione di talenti, con pazienza e impegno, potremmo tornare a vivere una nuova primavera; cosa che, per fortuna, sta succedendo nel tennis, nel nuoto, nell’atletica leggera, dove, guarda un po’, senza tutti gli interessi di cui sopra si lascia il tempo di lavorare agli istruttori e ai maestri, che prima di tutto insegnano e poi, soltanto alla fine, pensano al risultato.

Imparerà la lezione anche l’Italia del calcio? Citando Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”.

di Fabio Pagani
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